Palatino - La malasorte di Augusto: torna un suo tesoro ma la Domus resta chiusa. La Casa scoperta negli anni Sessanta si trova in cima al colle, ma è serrata dai lucchetti.
«È come se ad Atene fosse chiuso il Partenone, con l'Acropoli mezzo sbarrata per i visitatori...». L'altra faccia forzatamente poco conosciuta del divo Augusto, in questo 23 settembre che ne ricorda la nascita, è a qualche chilometro dall'Ara Pacis e dal mausoleo fuori delle mura serviane, che l'imperatore si era fatto costruire per tranquillizzare il popolo romano. Sta in cima al Palatino, dietro inesorabili lucchetti che applicati per il pericolo di crolli nascondono ai visitatori i più raffinati e stupefacenti affreschi parietali forse mai ideati dagli artisti romani. Lì c'è il massimo della pittura romana. Ma è off limits. Sono le scene dipinte sui muri della Domus di Augusto al Palatino. Stanno dentro questa piccola casa scoperta negli anni sessanta e da anni chiusa al pubblico, che per prima ha dato corpo, nonostante le proporzioni non ancora grandiose assunte via via poi dalle successive dimore dei successori di Augusto, al concetto di «palazzo».
Si sa infatti che il colle prende nome dal dio Pale e che, trasformato in residenza sempre più maestosa e ampia dagli imperatori romani, ha partorito il concetto moderno di «palazzo». Di tutto questo certamente la Domus di Augusto, costruita in intima connessione con l'adiacente Tempio di Apollo, costituisce il primo fulcro, forse quello più avvincente da vedere. Solo che tutto ciò resta chiuso da un lucchetto. Ed è purtroppo un po' la sorte che capita anche ad altri importanti beni archeologici che sorgono sul colle che ha visto svilupparsi tutta la storia più nobile dell'antica Roma. Progetti in corso ne prevedono la possibile riapertura, ma intanto il tempo scorre e la Domus resta inagibile. E lungo i suoi corridoi si incontrano ancor oggi desolanti mucchi di pietre di marmo: il più grosso corriponde a una delle statue più amate del periodo augusteo, l'Apollo Citaredo, che ornava l'adiacente tempio di Apollo. Mancano i soldi, altrimenti con i soldi la statua forse potrebbe essere ricomposta e fatta rivivere.
Gli affreschi che non si possono vedere sono invece quello del famoso studiolo di Augusto, il suo pensatoio, un piccolo ambiente che è ancora ricattato dalla vicina copertura in eternit, ancora da togliere. Altri affreschi bellissimi riguardano la «stanza dei festoni di pino», mirabile esempio di pittura del quarto stile, e la «stanza delle maschere», altrettanto magnifica. Sono le opere che vennero fuori dagli scavi del grande archeologo Gianfelice Carettoni, scopritore di queste meraviglie nei primi anni sessanta. Ulteriori affreschi stanno emergendo ora sulla rampa, pitture sostanzialmente inedite, insomma col resto rappresentano un grandissimo tesoro che Roma dovrebbe riscoprire al più presto.
Poi c'è il tempio, di cui resta il podio. Fu promesso in voto da Ottaviano per la vittoria ottenuta su Pompeo nel 36 a.C. e venne costruito nel luogo in cui era caduto un fulmine all'interno delle proprietà di Augusto sul Palatino. I resti dell'edificio furono scavati dal Carettoni in una zona in forte declivio verso il Circo Massimo: l'area antistante il tempio, «area Apollinis», era una terrazza artificiale di 70 metri per 30, sostenuta da sostruzioni in opera quadrata. Nella parte settentrionale della terrazza il tempio si elevava sull'alto podio, costruito in blocchi di tufo e travertino nelle parti portanti e con i tratti intermedi riempiti in cementizio. L'alzato era in blocchi di marmo lunense (di Carrara) e il tempio doveva avere un pronao con sei colonne sulla facciata, mentre sui lati l'ordine proseguiva con lesene addossate ai muri esterni della cella. Negli scavi furono rinvenute diverse lastre in terracotta con rilievi policromi con soggetti mitologici. Nel museo del Palatino sono conservate le Danaidi che ornavano il portico.
Viene da dire: tanto scandalo intorno all'Ara Pacis. E per la Domus di Augusto? Silenzio.
di Paolo Brogi
dal Corriere della sera del 24.09.05
Un nuovo tetto per la Domus Aurea. I sovrintendenti Bottino e La Rocca anticipano l'inizio di lavori straordinari in uno dei monumenti-simbolo della città. "Infiltrazioni d'acqua, via il prato e copertura impermeabile".
Sono più di 1900 anni che Nerone deve sottostare a Traiano. Ossia da quando la Domus Aurea, appartenuta all'imperatore incendiario, andò a fuoco nel 104 e venne ricoperta di terra per far da fondamenta alle terme di Traiano. Ammirata da Raffaello e dai suoi compagni di escursione che, alla fine del '400, si calarono nei buchi nel terreno e scoprirono (quindi ricopiarono) le decorazioni sulle volte (le «grottesche»), la Domus aurea potrebbe ora tornare definitivamente alla luce. E perdere l'ultimo strato di terra gettatale addosso dagli architetti di Traiano: le aiuole dei giardinetti di Colle Oppio.
«Sì, le infiltrazioni d'acqua sono evidenti - spiega Angelo Bottini, a capo della Soprintendenza archeologica - e stanno deteriorando i restauri eseguiti 5 anni fa. Il manto erboso sovrastante va rimosso». Il risanamento non può aspettare. «Per iniziare i lavori - prosegue il soprintendente - possiamo utilizzare parte dei due milioni di euro che il governo, attraverso la società Arcus, sta per erogare».
Il prato - che si trova nella zona alta del parco di Colle Oppio, area al centro della bonifica iniziata ieri dal Comune dopo il caso della donna stuprata da sei uomini che bivaccavano tra le rovine - sarà quindi rimosso. Zolla dopo zolla. E dopo? «Dopo si potrà anche rimettere l'erba, comunque studieremo le varie ipotesi insieme con la Sovrintendenza comunale - rivela Bottini - ma prima dobbiamo impermeabilizzare la copertura della Domus Aurea».
La casa di Nerone, ciò che rimane della sterminata villa che si estendeva dal Palatino alle pendici dell'Esquilino, si trova sotto i resti di un'opera altrettanto magnifica, le terme di Traiano, costruite tra il 104 e il 109 d. C. «Stiamo andando avanti con restauri e scavi nella parte nord della Domus, l'esedra, dove in passato abbiamo fatto le scoperte dell'affresco con la città dipinta e del mosaico dei vendemmiatori», riepiloga il sovrintendente ai Beni culturali, Eugenio La Rocca. «Ma il progetto globale del parco archeologico - rivela lo studioso - prevede che, in superficie, venga ricucita la trama dei resti delle terme. Il disegno di viali e aiuole del parco, così com'è, non permette di leggere la pianta delle straordinarie terme di Traiano». Bottini e La Rocca lavorano a un progetto (spesa, 125 milioni) ancora più grande: far rinascere il parco di Colle Oppio nel contesto della riqualificazione del quartiere, che ci sarà con la fermata della metrò C.
di Carlo Alberto Bucci
da La Repubblica del 26.08.05
