Sul Corriere della Sera del 7 settembre ho letto un articolo di Pierluigi Panza nel quale mi si coinvolge vastamente nella protesta di trentacinque architetti italiani allarmati «dall'invasione degli architetti stranieri» e «in difesa della tradizione italiana». La colpa viene data al potere assoluto dei sovrintendenti i quali appunto, si sentono i difensori assoluti di questa tradizione.
In realtà nella lettera dell'architetto Paolo Portoghesi che ho firmato, non si accenna minimamente a questo aspetto di rabbietta corporativa degli architetti italiani per ridurre la partecipazione straniera, per potere avere più spazio di lavoro.
Nella lettera che ho firmato si parla piuttosto della preoccupazione che «si interrompa la continuità di una ricerca che ebbe inizio negli anni '30 del Novecento per opera di un gruppo di architetti di cui oggi si celebra in ambito internazionale la capitale importanza per lo sviluppo della modernità in architettura; uomini come Terragni, Gardella, Albini, Scarpa, Samonà, Libera, Ridolfi».
Si parla anche con una certa veemenza della necessità di provvedimenti «che riducano l'inerzia dell'apparato burocratico e consentano libero accesso ai concorsi al di là di selezioni basate esclusivamente sul lavoro già compiuto, selezioni che precludono alle nuove generazioni l'accesso agli incarichi più significativi e bloccano così il vitale ricambio generazionale». Chi fa queste selezioni?
Ho firmato quella lettera, che approvo, ricordando anche tuttavia alcuni esempi recenti di enormi progetti affidati non tanto ad architetti italiani o stranieri, ma a grandi concentrazioni del potere economico, italiano e straniero, che certamente non si distinguono per interessi intellettuali. Ma anche di questo aspetto, che non riguarda l'architettura ma il business internazionale, nell'articolo non si fa cenno.
di Ettore Sottsass
dal Corriere della sera del 17.09.05
Italiani o stranieri, è andata in crisi la cultura del progetto. Architettura: opere firmate da «star» mondiali ma il problema è la marginalità degli ideatori.
Cosa sarebbe Roma senza l'opera del siriano Apollodoro di Damasco o del ticinese Francesco Borromini? L'architettura romana, in ogni epoca, è stata il frutto dei contributi delle migliori intelligenze di ogni paese e questa capacità di accogliere il molteplice, di integrare le diversità, ha fatto di Roma la madre dell'architettura occidentale. Se interpretato, dunque, come difesa contro gli incarichi a progettisti stranieri, il recente «Appello per lo sviluppo della nuova architettura in Italia», rivolto alle istituzioni politiche e culturali del nostro Paese, risulterebbe una trovata goffamente antistorica, corporativa. Credo, tuttavia, che la vera chiave di lettura dell'appello sia diversa da quella proposta dai media. In architettura le identità tracciano, infatti, confini molto più complessi degli incarichi professionali e dei luoghi di nascita.
La rivoluzionaria architettura del forestiero Borromini possedeva, in realtà, il segreto del limite che obbligava ad impiegare, rinnovandola, una lingua comune. La facciata di S.Carlino alle Quattro Fontane, quella di S. Agnese a piazza Navona, stabiliscono col tessuto ereditato un rapporto di calda familiarità, parlano romano. Quanti architetti dello star system internazionale, persi nell'universo dell'architettura spettacolo, tra un incarico a Parigi e un aereo per Shanghai, avrebbero oggi le capacità di una stessa, profonda comprensione della natura organica della nostra architettura? Dandone inoltre, problema ancora irrisolto, un'interpretazione autenticamente contemporanea, libera da nostalgie e fughe nel passato?
Ma il problema non riguarda solo i progettisti stranieri e il meccanismo dei concorsi: investe anche le nostre strutture professionali, coinvolge le condizioni stesse del progetto d'architettura. Il quale, come ricorda da anni il presidente dell'Ordine degli Architetti romano, Amedeo Schiattarella, svolge un ruolo del tutto marginale all'interno del ciclo edilizio, schiacciato com'è tra una legislazione inadeguata e la macchina degli «appalti integrati» che assegna alle imprese un potere tirannico sui progetti. Non basta allora discutere di poche opere eccezionali. Occorre, soprattutto, considerare i guasti che questa marginalità produce nel corpo vivo delle città, quella mancanza di qualità diffusa che impedisce la formazione di una vera coscienza critica, la concreta trasmissione dei saperi, dei codici della lingua.
Credo che il progetto del Museo dell'Ara Pacis, che personalmente ritengo un disastro, e quello, annunciato, del Foro Italico (per il quale si procede senza un disegno condiviso o almeno reso pubblico) siano lo specchio di questa condizione nella quale errori della committenza e inadeguatezza delle risposte sono due aspetti diversi e complementari di una stessa crisi della cultura del progetto.
di Giuseppe Strappa
dal Corriere della sera del 18.09.05
- Il testo integrale dell'appello dei 35 architetti alle autorità italiane
pubblicato l'11.09.05 dal corriere.it
